
Il romanzo “Blackout” (“Blackout”) di Connie Willis è stato pubblicato per la prima volta nel 2010. Assieme alla seconda parte di quello che in effetti è un romanzo in due parti, ha vinto i premi Hugo, Nebula e Locus come miglior romanzo dell’anno. In Italia è stato pubblicato da Mondadori nel n. 21 di “Urania Jumbo” nella traduzione di Alessandro Vezzoli.
Michael Davies, Polly Churchill e Merope Ward sono pronti per andare dal 2060 in missione nel passato per osservare vari momenti della II Guerra Mondiale. La situazione è caotica perché il loro capo, il professor James Dunworthy, ha cominciato a stravolgere gli assegnamenti all’ultimo momento.
Alla fine, i tre storici riescono a partire ma arrivano in luoghi e tempi leggermente diversi da quelli programmati ben oltre i margini di errore. Dovrebbero limitarsi a osservare alcuni tra i momenti più cupi della guerra da luoghi considerati sicuri ma finiscono coinvolti in vari modi negli eventi. Quando cercano di accedere ai portali temporali per tornare al 2060, per vari motivi falliscono.
Nel 1982, Connie Willis pubblicò il racconto lungo “Guardia antincendi” (“Firewatch”), vincitore dei premi Hugo e Nebula, in cui presentava il dipartimento di viaggi nel tempo dell’Università di Oxford e il professor James Dunworthy. Nel 1992, pubblià il romanzo “L’anno del contagio” (“Doomsday Book”), vincitore dei premi Hugo, Nebula e Locus, ambientato nello stesso universo narrativo.
“Blackout” costituisce la prima metà di un altro romanzo legato al dipartimento di viaggi nel tempo di Oxford. In questo caso, ci sono tre storici che partono dal 2060 per arrivare nel 1940 in vari luoghi in cui dovrebbero osservare alcuni momenti della II Guerra Mondiale ma tutti cominciano ad avere problemi più o meno seri e soprattutto non riescono a tornare al 2060.
La grande forza di “Blackout” è nell’ambientazione nella Gran Bretagna attaccata dai nazisti. Ci sono militari e una delle sottotrame riguarda l’evacuazione di Dunquerque ma i personaggi sono soprattutto civili e i blitz su Londra diventano sempre più importanti nel corso del romanzo. Connie Willis racconta la vita quotidiana degli abitanti, che cercano una normalità, al punto che i negozi sono aperti quando è possibile, ma devono essere pronti a correre nei rifugi appena scatta l’allarme.
Il titolo del romanzo fa riferimento ai blackout obbligatori durante la notte durante il periodo dei blitz su Londra. Qualsiasi luce poteva rappresentare un punto di riferimento per i piloti tedeschi perciò l’illuminazione stradale era spenta e gli abitanti della città avevano l’obbligo di coprire perfettamente le finestre in modo che le luci casalinghe non trapelassero all’esterno.
I protagonisti, arrivati nel 1940 come osservatori, si ritrovano ad affrontare situazioni impreviste. Hanno studiato le informazioni storiche sul periodo e sul luogo in cui sono stati inviati per evitare quelli colpiti dai nazisti ma qualcosa è andato storto. La conseguenza è che perdono ogni vantaggio che dovrebbero avere rispetto agli abitanti locali e finiscono anche loro per rischiare la vita.
La situazione dei protagonisti rappresenta uno dei problemi del romanzo. Nella parte iniziale, che riguarda la preparazione dei viaggiatori per le loro missioni, viene sottolineata più volte l’importanza della sicurezza, eppure sembra che non vi siano piani di emergenza che permettano ai viaggiatori di accedere a portali temporali alternativi a quello designato per il viaggio. In caso di problemi, i viaggiatori devono aspettare che arrivi un team di soccorso. Il dipartimento di viaggi nel tempo di Oxford sembra curiosamente poco organizzato, anche pensando ai cambiamenti di piani all’inizio del romanzo.
Il problema maggiore del romanzo è che secondo me la lunghezza non è giustificata dalla sostanza, nel senso che alcune parti mi sembrano inutili. In particolare, la storia di Merope/Eileen mi sembra assai pesante, essendo incentrata sui problemi che ha nel gestire bambini pestiferi, soprattutto quando si prendono il morbillo. Per me quella parte dà un’idea molto limitata dei bambini di strada che all’epoca crescevano nella miseria più nera come a Whitechapel e toglie parecchia tensione alla storia.
Un giudizio complessivo richiede la lettura di tutta la storia mentre “Blackout” non ha un finale. Questa prima parte mi ha dato sensazioni miste e spero che la seconda sia più intensa. Se vi è piaciuto “L’anno del contagio” probabilmente vi piacerà anche questo romanzo.

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Lo sto leggendo e l’inizio non prende per niente. Tre storie separate che non vanno da nessuna parte. Diciamo che ero quasi tentato di abbandonarlo, vista la tua recensione vado avanti. Ovviamente il seguito lo leggo subito dopo.
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La storia è proprio lunga e l’autrice la sviluppa molto ma molto lentamente!