
Il romanzo “All Clear” (“All Clear”) di Connie Willis è stato pubblicato per la prima volta nel 2010. Assieme a “Blackout“, che costituisce la prima parte di quello che in effetti è un romanzo in due parti, ha vinto i premi Hugo, Nebula e Locus come miglior romanzo dell’anno. In Italia è stato pubblicato da Mondadori nel n. 22 di “Urania Jumbo” nella traduzione di Alessandro Vezzoli.
Michael Davies, Merope Ward e Polly Churchill sono nel 1940 per quella che doveva essere una ricerca su vari eventi dellla II Guerra Mondiale ma qualcosa è andato storto e i portali che dovrebbero riportarli nel 2060 non si stanno aprendo.
I tre storici cominciano a pensare che sia avvenuto ciò che era considerato impossibile: in qualche modo hanno alterato la storia e come conseguenza sono intrappolati nel 1940. Nella loro situazione, diventa sempre più difficile evitare di rimanere coinvolti negli eventi della guerra e peggiorare le cose.
“All Clear” costituisce la seconda parte di un grande romanzo cominciato con “Blackout” perciò è necessario leggere la prima parte per capire i protagonisti e la loro situazione. Un riferimento importante nella prima parte è nella teoria del dottor Ishiwaka, che ritiene che i viaggi nel tempo abbiano un effetto negativo sul continuum con progressivi danni. Il professor James Dunworthy, un personaggio ricorrente nelle opere di Connie Willis legate al dipartimento di viaggi nel tempo di Oxford, non crede a quella teoria ma sembrava proprio il caso di avvertimento di una possibile catastrofe che non viene ascoltato.
Per la verità, Michael Davies comincia abbastanza presto a credere di aver involontariamente interferito nella storia dopo essere stato coinvolto nell’evacuazione di Dunquerque e lì comincia uno dei problemi di questo doppio romanzo. Polly Churchill in particolare sembra ben decisa a convincere Michael che non ci sono stati cambiamenti e le sue pippe mentali vanno avanti all’infinito. Connie Willis avrebbe potuto facilmente tagliare un centinaio di pagine se avesse omesso tutte quelle pippe mentali su cosa, secondo il suo personalissimo giudizio, Polly avrebbe dovuto dire o non dire a Michael e a Merope e i successivi pentimenti per ciò che ha finito per dire o non dire.
Le azioni dei protagonisti sembrano spesso risentire di una sorta di sindrome da rincoglionimento, dato che non sembrano vedere quel che hanno davanti al naso. È un cliché che di solito si trova in opere di qualità non eccelsa ed è un peccato vederla in un’opera che per altri versi è eccellente. Viene da chiedersi se il continuum abbia influito anche sulle menti dei protagonisti lasciandoli poco lucidi, anche perché in varie occasioni Binnie sembra decisamente più sveglia di quelli che dovrebbero essere storici addestrati a lavorare in quel periodo storico.
La lunghezza e la conseguente pesantezza di questi elementi spesso mette in ombra quelli che sono i punti forti di quest’opera. La principale, già presente in “Blackout”, è la minuziosa descrizione della vita soprattutto a Londra durante il periodo del Blitz. Una parte importante della storia riguarda gli abitanti di Londra, persone comuni che cercavano di sopravvivere in una situazione estrema.
“All Clear” è legato anche ad altri eventi storici di quel periodo. Una parte è collegata a Bletchley Park, la sede del progetto supersegreto di intelligence che portò alla decifrazione di vari codici segreti dei nazisti. Il governo britannico era così ossessionato dalla segretezza di quel progetto che solo dopo decenni tutta la storia venne resa pubblica. Una delle conseguenze è che i britannici erano all’avanguardia nel campo dell’informatica con il computer Colossus ma alla fine della II Guerra Mondiale distrussero ogni possibilità di sviluppo dell’informatica nel Regno Unito mantenendo il segreto su quelle tecnologie. Nel romanzo, appare brevemente anche Alan Turing, diventato leggendario ma anche lui vittima dell’ossessione per la segretezza.
Connie Willis avrebbe potuto benissimo scrivere un unico libro dimezzando la lunghezza totale della sua opera senza perdere nulla di significativo. Il risultato sarebbe stato un romanzo con una notevole intensità drammatica. Se le tante lungaggini non vi spaventano e la noia non prende il sopravvento, vale comunque la pena di leggere “Blackout” e “All Clear”.
