Il SETI ha esaminato 86 esopianeti alla ricerca di civiltà aliene

Composizione di immagini che fanno parte della storia del telescopio spaziale Kepler (Immagine NASA)

Composizione di immagini che fanno parte della storia del telescopio spaziale Kepler (Immagine NASA)

Il telescopio spaziale Kepler ha aperto una nuova era nella ricerca di esopianeti trovando oltre 4.000 candidati dei quali quasi mille sono stati confermati. Il progetto SETI (Search for Extraterrestrial Intelligence) ha recentemente studiato 86 dei pianeti trovati entro il 2011 alla ricerca di segnali radio che potessero indicare la potenziale presenza di una civiltà aliena.

La ricerca del SETI è stata compiuta utilizzando il radiotelescopio di Green Bank, parte del National Radio Astronomy Observatory (NRAO) in West Virginia. Si tratta del più grande radiotelescopio completamente movimentabile e con i suoi 100 m di diametro unisce versatilità e sensibilità.

Gli 86 pianeti sono stati scelti per le loro caratteristiche. La temperatura sulla superficie è stimata tra i -50 e i 100 gradi Celsius, un raggio entro le tre volte quello della Terra e un periodo orbitale superiore ai 50 giorni. Si tratta di condizioni che pongono questi pianeti nella zona abitabile attorno alla loro stella, dove ci può essere acqua liquida su almeno parte della superficie e dove forme di vita del tipo da noi conosciuto potrebbero emergere.

La ricerca del SETI ha coperto una vasta gamma di frequenze radio. L’idea era di provare a captare possibili segnali radio inviati con il preciso scopo di comunicare con civiltà aliene e allo stesso tempo possibili segnali analoghi a quelli delle trasmissioni radiotelevisive.

Tra queste frequenze sono comprese quelle appartenenti alla cosiddetta finestra di microonde. Esse possono viaggiare attraverso lo spazio interstellare e l’atmosfera terrestre con poche distorsioni. Una parte di queste frequenze è legata a molecole di idrogeno e di idrossile. Per questi motivi, una civiltà intelligente potrebbe sceglierle per inviare messaggi interstellari.

Nessun segnale radio è stato captato dagli 86 pianeti studiati. Ciò significa che quasi sicuramente nessuno di essi è abitato da creature senzienti che usano onde radio per le comunicazioni. In teoria, quei pianeti potrebbero essere abitati da forme di vita non senzienti o ci potrebbero essere creature senzienti che usano mezzi di comunicazione diversi dalle onde radio.

Una delle cose più difficile da immaginare per il SETI e per chiunque rifletta su possibili civiltà aliene è entrare in una mentalità per definizione aliena. La questione è ancor più difficile quando si cerca di capire come potrebbe comunicare una civiltà più avanzata di quella umana, che potrebbe utilizzare invenzioni e scoperte imprevedibili per noi. È un problema davvero complesso ma molto affascinante.



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L’allucigenia, uno stranissimo animale vissuto oltre 500 milioni di anni fa, potrebbe avere un discendente

Ricostruzione di Hallucigenia sparsa

Ricostruzione di Hallucigenia sparsa

L’allucigenia, un animale vissuto nel periodo Cambriano, tra 520 e 505 milioni di anni fa, è stato considerato per decenni un animale davvero bizzarro, da cui il nome. Sembrava che potesse far parte di una famiglia che si era estinta ma il ritrovamento di nuovi fossili aveva permesso di studiarla meglio già negli anni ’90. Ora secondo una nuova ricerca compiuta all’Università di Cambridge l’allucigenia, o meglio il genere hallucigenia, è un lobopode, imparentato con i moderni vermi del velluto, parte del phylum degli onicofori (Onychophora).

La prima specie di allucigenia venne trovata nell’Argillite di Burgess a partire dal 1911. Solo dopo decenni quest’animale venne chiamato hallucigenia sparsa (immagine ©Stanton F. Fink) e da subito cominciarono le speculazioni sulla sua classificazione. I primi fossili erano incompleti e nelle prime descrizioni essa camminava sulle spine. Secondo un’altra teoria, in realtà si trattava di una parte di un animale più grande.

Nuovi fossili di un animale chiamato Microdictyon, che mostrava varie similitudini con l’allucigenia, portò a una nuova interpretazione dei vecchi fossili. Nella nuova immagine, l’animale era ribaltato: quelle che erano state viste come zampe divennero protezioni sul dorso e quelli che erano stati visti come tentacoli divennero zampe.

Negli anni ’90 nel giacimento di Maotianshan in Cina venne trovato un altro animale molto simile all’allucigenia, tanto che venne includa nello stesso genere e chiamata hallucigenia fortis. Questa specie possiede spine molto più corte rispetto alla specie hallucigenia sparsa.

L’allucigenia aveva dimensioni davvero piccole, tra 0,5 e 3,5 cm, e ciò non ha aiutato le ricerche. Ora un team di ricercatori dell’Università di Cambridge ha pubblicato sulla rivista “Nature” uno studio che illustra le similitudini tra l’allucigenia e i cosiddetti vermi del velluto, moderni onicofori. Essi non sono realmente vermi ma il nome è dovuto alla loro forma e costituiscono un piccolo gruppo di animali che vivono nelle foreste tropicali.

In particolare, lo studio degli artigli dell’allucigenia è stato considerato la prova principale della parentela tra allucigenia e vermi del velluto. Essi non erano mai stati studiati nei dettagli e solo ora sono state evidenziate le varie similitudini nella struttura degli artigli di questi due animali vissuti così lontani nel tempo.

È possibile che i vermi del velluto siano discendenti dell’allucigenia. Questo tipo di ricerca può far luce sulla classificazione di animali antichissimi e in questo modo può aiutare anche a capire meglio l’evoluzione di altri gruppi di animali come gli artropodi, con cui gli onicofori sono imparentati.



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Il Campione Eterno di Michael Moorcock

Millemondi contenente Il veliero dei ghiacci, Il campione eterno e I riti dell'infinito di Michael Moorcock

Millemondi contenente Il veliero dei ghiacci, Il campione eterno e I riti dell’infinito di Michael Moorcock

Il romanzo “Il Campione Eterno” (“The Eternal Champion”) di Michael Moorcock è stato pubblicato per la prima volta nel 1970. È il primo romanzo della serie di Erekosë. In Italia è stato pubblicato da Sevagram all’interno del n. 2 di “Fantascienza Book Club” nella traduzione di Sebastiano Fusco e Riccardo Valla, da Fanucci all’interno del n. 118 de “Il Libro d’Oro” e da Mondatori nel n. 28 di “Urania Fantasy” e all’interno del n. 68 di “Millemondi” nella traduzione di Riccardo Valla. Il Millemondi completo è anche disponibile in formato Kindle su Amazon Italia e Amazon UK e in formato ePub su IBS.

John Daker è un uomo del XX secolo. Il suo sonno viene disturbato da strani sogni finché non risponde ad una chiamata da un altro tempo. Viene evocato in un mondo in guerra in cui gli viene detto che lui è Erekosë, un mitico eroe del passato riportato in vita per salvare l’umanità dai nemici Eldren.

John non ha ricordi di Erekosë eppure ha una strana familiarità con la leggendaria spada di quell’eroe. Accetta di combattere per la salvezza dell’umanità, anche perché gli Eldren gli vengono descritti come demoni. Prima di andare in guerra a fianco di re Rigenos, John / Erekosë conosce la principessa Iolinda, con cui inizia una relazione sentimentale. La situazione diventa complicata quando gli umani non sembrano così buoni, gli Eldren non sembrano demoni e strani sogni sembrano ricordi di altre vite in altri mondi.

Le molte opere di Michael Moorcock possono generalmente essere inquadrate in un multiverso narrativo. Ciò significa che esso include i tanti universi narrativi in cui alcune serie ma anche alcune opere singole sono ambientate collegandoli tra loro. In alcuni casi, le storie possono essere tranquillamente lette indipendentemente dalle altre ma ci sono casi in cui l’autore inserisce riferimenti espliciti ad altri universi narrativi ed è questo il caso della serie di Erekosë.

All’interno di questo multiverso narrativo, Michael Moorcock ha inserito il concetto di campione eterno. Si tratta di un eroe, non necessariamente senza macchia e senza paura, che si manifesta in personaggi diversi dei vari universi narrativi. Nel romanzo “Il Campione Eterno” ciò è reso in maniera molto esplicita perché John Daker / Erekosë sogna alcune delle altre sue vite.

Erekosë è un eroe diventato mitico che viene evocato moltissimo tempo dopo la sua morte per salvare l’umanità dagli Eldren. La sua storia è narrata in prima persona dal protagonista e ciò aiuta il lettore a comprendere la sua confusione iniziale, i suoi dubbi e le motivazioni delle sue decisioni.

“Il Campione Eterno” contiene molti elementi tipici di Michael Moorcock e non solo per i vari riferimenti al suo multiverso. In molte opere di quest’autore ci sono colpi di scena in cui il protagonista scopre che le cose non stanno come pensava o come gli era stato fatto credere. A Erekosë viene detto che gli umani sono i buoni e gli Eldren i cattivi ma pian piano si accorge che non è così.

La trama di questo romanzo è per certi versi prevedibile, soprattutto per chi ha già letto un po’ di opere di Michael Moorcock. Alla fine, Erekosë sembra segnato da un destino nelle sue azioni e, anche se non viene detto esplicitamente, sembra che sia guidato da un potere superiore.

“Il Campione Eterno” è fondamentalmente un romanzo di heroic fantasy anche se la componente magica è ambigua. Gli umani parlano continuamente a Erekosë di sortilegi ma lui non assiste mai direttamente a eventi magici. D’altra parte, il principe Arjavh gli parla di armi potentissime in termini scientifici e facendo parte del multiverso narrativo di Michael Moorcock questo romanzo è legato a varie opere di Fantascienza. Stiamo parlando di un autore che alterna i vari generi e sottogeneri perciò le etichette hanno un valore limitato.

“Il Campione Eterno” ha una lunghezza limitata, nella media del mercato britannico dell’epoca. Anche per la sua componente avventurosa, il ritmo è elevato. Essendo narrato in prima persona, Erekosë è di gran lunga il personaggio meglio sviluppato ma ce ne sono anche alcuni altri ben sviluppati.

Secondo me, “Il Campione Eterno” è complessivamente un buon romanzo che è fondamentale all’interno delle opere di Michael Moorcock per il tema del campione eterno nel suo multiverso narrativo. Per questo motivo, penso che vada letto da chiunque sia interessato a quest’autore.



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La sonda spaziale Stardust potrebbe aver riportato sulla Terra particelle di polvere interstellare

La più grande delle tracce di possibile polvere interstellare trovate nell'aerogel riportato dalla sonda spaziale Stardust (Immagine UC Berkeley/Andrew Westphal)

La più grande delle tracce di possibile polvere interstellare trovate nell’aerogel riportato dalla sonda spaziale Stardust (Immagine UC Berkeley/Andrew Westphal)

Un gruppo di scienziati che ha analizzato i campioni riportati sulla Terra nel 2006 dalla sonda spaziale della NASA Stardust potrebbe aver trovato alcune particelle di polvere interstellare. La ricerca, pubblicata sulla rivista “Science”, e altri articoli che appariranno sulla rivista “Meteoritics & Planetary Science” riguardano le analisi dei campioni riportati da Stardust alla fine della sua missione primaria, dopo l’incontro con la cometa Wild 2, durante il quale ha raccolto vari granelli di polvere. La sonda potrebbe aver riportato qualcosa in più rispetto al previsto.

La sonda spaziale Stardust era dotata di una sorta di vassoio della dimensione di una racchetta da tennis da usare per raccogliere campioni di polveri presenti nella coda della cometa Wild 2. I granelli erano stati catturati nel 2004 grazie all’aerogel contenuto nel vassoio e riportati sulla Terra nel 2006 per analisi approfondite. Era la prima missione di quel tipo e i campioni sono stati sottoposti a lunghissime e accuratissime analisi.

Le ricerche sono state compiute anche grazie ad un gruppo di volontari che ha effettuato la scansione di oltre un milione di immagini. Questo tipo di esame può essere paragonabile alla ricerca di un ago in un pagliaio e in questo caso è possibile che siano stati trovati sette aghi davvero speciali.

Sul lato del vassoio opposto a quello usato per catturare i campioni, sono stati trovati due granelli di polvere molto diversa dalle altre. Una terza traccia seguiva la direzione del vento durante il volo, creata da una particella che era così veloce da vaporizzarsi. Le altre quattro particelle sono state trovate tra gli strati di alluminio del vassoio.

Le particelle sono microscopiche e sarà necessario effettuare altre analisi per stabilire con certezza o smentire la loro origine interstellare. La loro composizione chimica e loro struttura è varia perciò le particelle potrebbero avere una storia diversa.

Due delle particelle verranno sottoposte ad un’analisi che determinerà la presenza di isotopi di ossigeno. I risultati permetteranno di capire se si tratta davvero di particelle interstellari originate in qualche supernova avvenuta milioni di anni fa, dove l’ossigeno è tra gli elementi creati.

Lo studio delle comete è diventato molto importante negli ultimi anni. Una missione pionieristica come quella della sonda spaziale Stardust, già considerata un grande successo, potrebbe davvero aver avuto risultati eccezionali.



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Hugo Gernsback nacque 130 anni fa



Hugo Gernsback nacque il 16 agosto 1884 a Bonnevoie, un’area a sud-est di Città del Lussemburgo, nel Granducato di Lussemburgo.

Fin da quand’era molto giovane, Hugo Gernsback aveva letto le opere di autori come H.G. Wells, Jules Verne ed Edgar Allan Poe ma anche articoli scritti da scienziati sulle possibilità di vita extraterrestre. Nel 1904 emigrò negli USA, dove cominciò a sfruttare le conoscenze di elettronica che aveva già accumulato. Fu innanzitutto un pioniere della tecnologia, un inventore che alla fine della sua vita deteneva 80 brevetti.

Hugo Gernsback cominciò a produrre materiale elettrico e per venderli distribuiva un catalogo ai potenziali clienti. Nel 1908, il catalogo venne trasformato nella rivista “Modern Electrics” con il quale Gernsback iniziò la sua attività come direttore editoriale che ampliò con il tempo aprendo molte altre riviste. Nel corso degli anni, continuò comunque a sviluppare prodotti elettronici, fondò la stazione radio WRNY e fu un pioniere dell’attività radioamatoriale.

Sulla rivista “Modern Electrics”, Hugo Gernsback cominciò a pubblicare anche racconti del genere che inizialmennte chiamò “scientifiction”, incluso il suo romanzo “Ralph 124C 41+”, a puntate tra il 1911 e il 1912. Questo romanzo ha oggi solo un valore “storico” ma contiene previsioni precise su sviluppi tecnologici effettivamente avvenuti negli anni successivi.

Nel 1926, Hugo Gernsback aprì “Amazing Stories”, la prima rivista dedicata al genere che chiamò “science fiction”. Pubblicando anche gli indirizzi dei fan che scrivevano lettere alla rivista, contribuì anche alla nascita del fandom permettendo alle persone di entrare in contatto e di organizzarsi.

A causa di problemi economici, nel 1929 Hugo Gernsback perse la proprietà di “Amazing Stories” ma creò altre due riviste, “Science Wonder Stories” ed “Air Wonder Stories”, che l’anno dopo vennero fuse in “Wonder Stories”, che continuò a essere pubblicata da lui fino al 1936, quando la vendette.

Nel 1953 venne assegnato per la prima volta il premio Hugo per le migliore opere di fantascienza dell’anno. Inizialmente, il nome ufficiale era “Science Fiction Achievement Awards” ma il nomignolo Hugo divenne talmente comune che dagli anni ’90 è diventato quello ufficiale del premio. Nel 1960, Hugo Gernsback ricevette un premio speciale come padre della fantascienza delle riviste.

Il secondo romanzo di Hugo Gernsback, “Ultimate World”, venne scritto nel 1958 ma venne pubblicato solo nel 1971, postumo dato che morì il 19 agosto 1967 a New York. Nel corso degli anni, varie riviste erano diventate più importanti delle sue nel campo della fantascienza ma Gernsback aveva iniziato quel movimento, fondamentale per lo sviluppo di questo genere. Per questo motivo, è considerato uno dei padri della fantascienza.

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Google investe in Faster, un cavo sottomarino che fornirà una connessione Internet velocissima tra USA e Giappone



Google, in collaborazione con China Mobile International, China Telecom Global, Global Transit, KDDI e SingTel con NEC come costruttore, ha annunciato la realizzazione di un cavo sottomarino che fornirà un collegamento Internet estremamente veloce tra la costa ovest degli USA e il Giappone.

L’opera avrà un costo di 300 milioni di dollari e dovrebbe diventare operativo nel secondo trimestre del 2016. La velocità di comunicazione di questo cavo, chiamato Faster, potrà raggiungere i 60 Terabit per secondo, cioè 600.000 volte la velocità delle connessioni a 100 Mbps.

I cavi sottomarini sono diventati una componente importante di Internet, tanto che nel 2008 le comunicazioni tra l’Europa e l’Asia ebbero grossi problemi quando un cavo venne tagliato vicino ad Alessandria d’Egitto. Il Giappone ebbe problemi di comunicazione con il resto del mondo quando alcuni cavi vennero danneggiati in seguito al terremoto e allo tsunami del 2011.

Il cavo Faster permetterà di raggiungere le velocità più elevate mai raggiunte sfruttando le ultime tecnologie per la trasmissione su fibra ottica. Ciò permetterà di migliorare le comunicazioni tra aree importanti degli USA come Los Angeles, San Francisco, Portland e Seattle con le aree giapponesi di Chikura e Shima. In Giappone, Faster fornirà la connessione a un altro sistema di cavi che migliorerà le comunicazione con tutta la nazione e anche altre nazioni asiatiche.

Per Google, la partecipazione a questo notevole investimento è necessaria per permettere agli utenti giapponesi di usufruire in maniera adeguata dei suoi servizi. Il solo YouTube consuma tantissima banda e sempre più spesso i video sono ad alta definizione. A ciò si aggiunge il fatto che generalmente i dispositivi mobili Android mantengono una connessione aperta con qualche data center di Google.

Il mercato asiatico è in forte crescita e già negli anni scorsi Google aveva partecipato alla costruzione di cavi sottomarini come quello chiamato Unity, che collega anch’esso gli USA e il Giappone. Nel 2011 aveva partecipato ad un progetto analogo per potenziare le connessioni tra varie nazioni asiatiche.

Google sta investendo moltissimo per potenziare le infrastrutture di Internet in varie parti del mondo e qualche anno fa ha cominciato a fornire connessioni veloci agli utenti finali in alcune città degli USA con il servizio Google Fiber. L’azienda fa tutto ciò perché ci guadagna dai servizi che vengono potenziati dalla maggior velocità ma alla fine questo porta un vantaggio per tutti gli utenti e gli operatori.

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