Un codice Maya mostra le conoscenze di matematica e astronomia di questa civiltà

Una parte del Ciclo di Venere contenuto nel Codice di Dresda (Foto cortesia University of California - Santa Barbara)
Una parte del Ciclo di Venere contenuto nel Codice di Dresda (Foto cortesia University of California – Santa Barbara)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Journal of Astronomy in Culture” descrive una ricerca sul Ciclo di Venere contenuto nel Codice di Dresda, uno dei pochissimi codici Maya oggi esistenti. Secondo Gerardo Aldana, professore di antropologia alla University of California – Santa Barbara, esso contiene notevoli innovazioni in matematica e astronomia, tanto da paragonare l’autore a Copernico.

Il Codice di Dresda è un manoscritto Maya dell’XI o XII secolo che potrebbe essere stato creato a Chichen Itzà. Gli storici pensano che si tratti della copia di un manoscritto risalente a 3-400 anni prima ed è il più vecchio tra quelli ancora esistenti. Solo 15 di questi codici esisono ancora perché durante la conquista spagnola vennero fatti grossi sforzi per distruggere la civiltà Maya, compresa la sua cultura.

Le 74 pagine del Codice di Dresda contengono scritti su vari argomenti, incluso il Ciclo di Venere e altri temi astronomici. Tuttavia, in genere gli storici ritenevano che fosse utilizzato soprattutto a fini astrologici. Invece, Gerardo Aldana ritiene che in particolare il Ciclo di Venere sia stato sottostimato e ha messo assieme elementi di varie discipline per esporre la sua tesi.

L’epigrafia è una disciplina che studia specificamente iscrizioni, spesso in ambito archeologico. Gerardo Aldana l’ha unita ad archeologia e astronomia per presentare la sua interpretazione del Ciclo di Venere in cui sostiene che la correzione matematica del “calendario di Venere” Maya venne probabilmente sviluppato nel periodo Classico, tra l’800 e il 1000 D.C. a Chichen Itzà.

Nella prefazione del Ciclo di Venere, a pagina 24 del Codice di Dresda, c’è quella che Gerardo Aldana ha definito una sottigliezza matematica nel testo in geroglifici. Si tratta di una correzione del ciclo irregolare di Venere, che è di 583,92 giorni, un principio analogo a quello dell’anno bisestile nel calendario gregoriano. Ciò era conosciuto da tempo ma Aldana ha voluto comprenderne a fondo il senso.

L’epigrafia ha permesso a Gerardo Aldana di analizzare il linguaggio dei geroglifici usati per scrivere il Codice di Dresda. Finora gli storici avevano pensato che le osservazioni di Venere fossero accurate ma che il Ciclo di Venere fosse basato sulla numerologia. Aldana ha cercato altri dati su Venere risalenti alla civiltà Maya per una verifica e quelli esistenti a Copàn, nell’odierno Honduras, corrispondono alle osservazioni registrate nel Codice di Dresda.

I Maya avevano rituali basati sui cicli di Venere perciò la loro conoscenza era importante. Se si trattasse di dati legati solo alla numerologia non sarebbero basati su nulla ma se si trattasse del frutto di osservazioni astronomiche e di calcoli matematici avrebbero un senso.

Copernico stava cercando di prevedere le date della Pasqua e finì per creare il modello eliocentrico. Qualcuno nella civiltà Maya fece qualcosa di simile osservando Venere. Pochi mesi fa, una ricerca concluse che che i babilonesi conoscevano le basi del calcolo integrale oltre 14 secoli prima di quanto si pensasse. La ricerca di Gerardo Aldana mostra che anche i Maya avevano conoscenze avanzate di matematica e astronomia precedenti a quelle degli europei che sono andate perdute con la fine della loro civiltà.

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