Risolto il mistero della conservazione di tessuti molli di tirannosauro

Scheletro di Tyrannosaurus Rex al Carnegie Museum of Natural History di Pittsburgh
Scheletro di Tyrannosaurus Rex al Carnegie Museum of Natural History di Pittsburgh

Nel 2005 vennero trovati resti di Tyrannosaurus rex (foto dello scheletro ©ScottRobertAnselmo) nel Montana e fin qui la scoperta era certamente interessante ma non straordinaria. Quando però Mary Schweitzer, una paleontologa del Museo di Scienze Naturali del North Carolina annunciò di aver trovato non solo ossa ma anche del tessuto molle, molti rimasero scettici. Oggi questo eccezionale ritrovamento ha una spiegazione.

I tessuti molli degli animali gengono generalmente decomposti dall’azione di batteri. Anche in condizioni ottimali che prevengono la decomposizione, le proteine che compongono questi tessuti tendono a degradarsi nel corso del tempo. Possono resistere per molte migliaia di anni ma gli scienziati non pensavano che potessero arrivare a durare per milioni di anni. Per questo motivo, gli scettici pensavano che nel caso del T.rex trovato nel 2005 il tessuto trovato fosse un prodotto successivo di un’invasione batterica o qualcosa del genere.

Mary Schweitzer e i suoi colleghi cominciarono un’accurata analisi del tessuto trovato già nel 2007 e stabilirono che apparteneva davvero al T.rex. Specificamente, si trattava di un tipo di collagene e la sua analisi diede risultati interessanti per le similitudini mostrate con il collagene degli uccelli. Ciò infatti conferma che gli uccelli discendono da dinosauri del gruppo dei teropodi, lo stesso a cui apparteneva il T.rex.

A quel punto, rimaneva da spiegare come un tessuto molle si fosse conservato per 70 milioni di anni. In una ricerca pubblicata nei giorni scorsi, la risposta data da Mary Schweitzer e dai suoi colleghi è che il ferro è il responsabile.

Il ferro è un elemento presente in abbondanza nel corpo e soprattutto nel sangue. Esso è anche fortemente reattivo perciò può formare forti legami con altre molecole che ne prevengono il degrado. Generalmente, dopo la morte il ferro forma piccolissime nanoparticelle che possono legare cellule e membrane in nodi organici.

Mary Schweitzer e i suoi colleghi hanno scoperto che i tessuti molli dei dinosauri è strettamente associato con le nanoparticelle di ferro nel T.rex e anche nel Brachylophosaurus canadensis, un altro animale di cui è stato trovato tessuto molle. Per testare quest’ipotesi, hanno usato vasi sanguigni e ossa di struzzi moderni. Hanno immerso alcuni vasi sanguigni in emoglobina, una molecola contenente ferro, e altri in acqua. Dopo due anni, quelli immersi in emoglobina sono rimasti intatti mentre quelli immersi in acqua si erano decomposti in meno di una settimana.

Le analisi di questi tessuti molli continuano, anche se lentamente perché è un lavoro molto delicato. È possibile che vengano ritrovati pezzi di DNA di T.rex ancora intatti ma le indicazioni a questo riguardo sono ancora troppo scarse. Siamo ancora molto lontani dalla possibilità di ricreare dinosauri in stile Jurassic Park ma in qualche caso fortunato potremo scoprirne nuovi segreti.


10 Comments


  1. Ha ha ha complimenti…hanno dimostrato che il ferro conservi per 70 milioni, leggasi settanta, con un esperimento che ha conservato un tessuto per 2, leggasi due anni…non c’é che dire…mistero risolto vero? Ridicolo.

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    1. Considera che la cosa fondamentale è come viene prodotto quel processo di fossilizzazione: sono proprio i primi anni a essere fondamentali perché il ferro agisce come conservante nel periodo iniziale, diciamo di qualche settimana, in cui può avvenire la fossilizzazione. Successivamente, se i tessuti rimangono isolati nella pietra potrebbero mantenersi anche per molto più di 70 milioni di anni.

      Nel corso del tempo abbiamo trovato anche insetti conservati in maniera straordinaria nell’ambra dopo molti milioni di anni proprio perché le condizioni iniziali sono quelle fondamentali.

      In tutti questi casi, rimane la cautela sulle possibilità che ci siano ancora pezzi di DNA interi. Io spero che nuove ricerche diano delle risposte.

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      1. Fossilizzazione in qualche settimana??

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        1. No, in qualche settimana possono avvenire processi tipo mummificazione per evitare la decomposizione dei tessuti molli. A quel punto possono cominciare a fossilizzarsi anch’essi.

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      1. 2 anni costituiscono un periodo più che sufficiente per racchiudere i tessuti in un ambiente privo di ossigeno come nel fango, dove può cominciare la loro fossilizzazione.

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  2. Gli insetti nella giada non sono conservati come il T rex. Quando avrai tirato fuori insetti dalla giada ancora intatti, quindi senza che si sbriciolino come polvere al vento, potrai dire che é la stessa cosa. Se fosse stata la stessa cosa il T rex non avrebbe creato alcuno scalpore. Mi sembra ovvio.

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    1. Era un paragone per mostrare il fatto che esistono meccanismi per cui oltre alla normale fossilizzazione è possibile che tessuti che generalmente si decompongono riescono a conservarsi anche grazie alla protezione di fattori esterni, che si tratti di ambra o di fango che si solidifica.

      Tra l’altro dire che la cosa ha fatto scalpore mi pare esagerata: ad esempio nell’argillite di Burgess e altre formazioni simili sono stati trovati resti di tessuti molli di animali ben più antichi del T.rex.

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  3. Bah…io non ne so molto di queste cose,ma non ci vuole di certo un genio per capire che ci stanno prendendo un “pò” per il culo…

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    1. Già, basta non conoscere l’argomento. Le ricerche scientifiche possono essere verificate ma ovviamente bisogna avere i mezzi e le capacità di farlo. C’è il problema oggettivo che spesso gli articoli sulle riviste sono a pagamento per cui chi ne parla come me deve usare informazioni “di seconda mano” da articoli che li riassumono. Se troverò articoli liberamente accessibili sull’argomento magari ne parlerò ancora per fornire più dettagli sui processi di mummificazione e fossilizzazione che avvengono in questi casi.

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