
Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Communications” descrive l’eccezionale studio effettuato sugli occhi fossilizzati di esemplari di Dollocaris ingens, un crostaceo vissuto circa 160 milioni di anni fa, nel medio Giurassico. Nei depositi di La Voulte, nel sud-est della Francia, sono stati trovati fossili in cui anche vari tessuti molli erano ben preservati e ciò ha permesso di ricostruire i loro occhi, dandoci un’idea di come vedessero e indirettamente dell’ambiente in cui vivevano.
Il paleontologo Jean Vannier, la zoologa Brigitte Schoenemann e altri scienziati di Colonia e Lione hanno sfruttato la grande qualità dei fossili di Dollocaris ingens per provare che all’epoca esistevano creature con occhi molto sofisticati. Utilizzando le tecniche di microscopia elettronica a scansione e spettroscopia a raggi X a dispersione di energia, essi hanno ricostruito la struttura tridimensionale di questi antichissimi crostacei.
Questi esami hanno permesso di scoprire che il Dollocaris ingens possedeva occhi formati da 18.000 ommatidi, un record che per quanto ne sappiamo è stato superato solo dalle libellule, i cui occhi hanno di gran lunga il maggior numero di elementi con 50.000 ommatidi. Ognuno di questi elementi contribuisce a formare l’immagine vista dall’animale perché ognuno di essi contiene una struttura composta di cornea, cristallino e retina.
La visione è data non solo dal numero di ommatidi ma anche dalla loro densità e dalle dimensioni complessive dell’occhio composto. Nel caso del Dollocaris ingens, la densità era di oltre 500 ommatidi per millimetro quadrato e i suoi occhi costituivano circa un quarto della lunghezza del suo corpo.
Le conclusioni dei ricercatori basate su questi dati sono che il Dollocaris ingens fosse un predatore che viveva in ambienti ben illuminati, dove poteva usare i suoi occhi sofisticati per trovare le sue prede. In precedenza, i paleontologi pensavano che all’epoca in quell’area ci fossero acque profonde e di conseguenza piuttosto buie.
Questa ricerca sul Dollocaris ingens è unica anche perché questa specie è stato assegnata alla classe dei tilacocefali, artropodi che si sono sviluppati nel Siluriano e forse anche prima e si sono estinti nel tardo Cretaceo. La loro parentela con gli altri crostacei è ancora in discussione perciò studi basati su analogie con altre specie erano approssimativi. Ora invece è possibile avanzare ipotesi su di essi basate su esami diretti degli esemplari trovati a La Voulte.
L’analisi di tessuti molli fossilizzati e la conseguente ricostruzione della loro struttura era considerata impossibile fino a non molto tempo fa. Oggi invece l’applicazione sempre maggiore di tecnologie avanzate usate tipicamente in ambito medico sta portando a risultati straordinari anche nel campo della paleontologia.
