L’uomo a un grado Kelvin di Piero Schiavo Campo

L’uomo a un grado Kelvin di Piero Schiavo Campo
L’uomo a un grado Kelvin di Piero Schiavo Campo

Il romanzo “L’uomo a un grado Kelvin” di Piero Schiavo Campo è stato pubblicato per la prima volta nel 2012 da Mondadori nel n. 1600 di “Urania”. È il vincitore del premio Urania 2012. Il romanzo è disponibile in formato Kindle su Amazon Italia e Amazon UK e in formato ePub su IBS.

Il progetto di realizzare il teletrasporto quantistico è ad un punto cruciale ma il professor Jan De Ruiter, uno degli scienziati che ci hanno lavorato. viene trovato morto. Trattandosi di un progetto europeo viene coinvolta la Polizia Europea, che però deve collaborare con la Polizia Lombarda nelle indagini attorno al laboratorio di Milano del CEPS, l’organizzazione che ha sviluppato l’apparecchiatura.

L’agente Richard Watson della Polizia Europea è stato inviato a Milano per l’indagine. Una pista della Polizia Lombarda porta ad un coinvolgimento di una banda di cetnici che probabilmente ha contatti russi ma allora perché le indagini di Watson lo portano rapidamente verso una pista cinese?

Spesso gli autori italiani inseriscono elementi noir anche in romanzi di fantascienza e questo si è visto in alcune delle opere che negli anni scorsi hanno vinto il premio Urania. Forse perché Piero Schiavo Campo ha una formazione più scientifica rispetto a quella dei suoi colleghi, che generalmente è umanistica, ha scritto un romanzo che è per molti versi un giallo fantascientifico ma più “normale” come giallo e più “hard” come fantascienza.

“L’uomo a un grado Kelvin” è ambientato nel 2061, principalmente in una Milano futura che rispecchia un’Italia che sta ancora facendo i conti con le conseguenze degli anni bui della recessione economica e sta cercando di rientrare nell’area Euro. La città è di fatto divisa in aree abitate da diverse etnie che si sono rinchiuse in vere e proprie enclavi.

La situazione politica, sociale ed economica in questo futuro è delineata solo attraverso descrizioni connesse alla trama e dettagli sparsi qua e là nella storia. Il maggiore approfondimento di questi temi, originariamente previsto da Piero Schiavo Campo è stato ridotto per rientrare nei limiti di lunghezza previsti dalle regole del premio Urania.

Personalmente, mi va bene così. La storia è già abbastanza complessa così com’è stata pubblicata, aggiungervi altre parti dedicate ai problemi della Milano del futuro poteva essere in teoria interessante ma probabilmente avrebbe finito per appesantire il romanzo. Alla fine, “L’uomo a un grado Kelvin” è un romanzo decisamente più orientato agli elementi scientifici e tecnologici, un approfondimento di temi così diversi avrebbe rischiato di renderlo né carne né pesce.

Il teletrasporto quantistico è al centro della vicenda dopo che un celebre scienziato che vi lavora viene ucciso. Ci sono un po’ di descrizioni tecnico-scientifiche che riguardano anche i computer quantistici ma non sono particolarmente pesanti e servono perché le indagini fanno pensare che ci sia dietro un caso spionaggio internazionale.

Il detective Richard Watson della Polizia Europea arriva a Milano per coordinare le indagini con la Polizia Lombarda ma portando avanti da sé quel ramo dell’inchiesta le sue deduzioni cominciano a divergere da quelle degli investigatori locali. Watson tende a indagare in maniera poco ortodossa ma riesce a ottenere risultati.

Per seguire una pista non necessariamente ufficiale, Richard Watson ricorre anche ai servigi di alcuni hacker. Nel futuro, l’uso della realtà virtuale nell’utilizzo di una versione avanzata di Internet è normale. Gli hacker, ma non solo loro, utilizzano veri e propri ambienti virtuali in cui le loro vere identità sono accuratamente nascoste.

Questi elementi sono importanti in questo romanzo ma non li chiamerei cyberpunk. L’informatica e in particolare gli spazi virtuali non sono usati per esaminare il rapporto tra gli esseri umani e queste tecnologie. Gli hacker sono ribelli ma generalmente sono un’allegra combriccola e cercano di entrare nei sistemi per il gusto della sfida, senza velleità rivoluzionarie.

In generale, “L’uomo a un grado Kelvin” è più orientato alle idee e alla trama che ai personaggi. Il loro sviluppo è discreto ma nulla di più. Secondo me è un po’ sacrificato dalla scelta narrativa ibrida di raccontare parte della storia in prima persona dal punto di vista di Richard Watson, che fa un resoconto della sua indagine con l’idea specifica che qualcuno lo legga, e parte in terza persona quando sono coinvolti altri personaggi. Inevitabilmente, Watson finisce per essere il personaggio più sviluppato.

Secondo me, il risultato è comunque buono. Soprattutto se stavate aspettando un romanzo italiano con elementi di fantascienza un po’ più “hard” di quelli che vengono genearlmente pubblicati, vi consiglio “L’uomo a un grado Kelvin”.

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5 Comments


  1. Ciao Massimo.

    Ho appena iniziato a leggere il romanzo.
    Una piccola nota: a un certo punto, di un personaggio si dice che si mise a correre come “Flash Gordon”, evidente confusione del personaggio di Alex Raymond con il supereroe DC comics, sfuggita sia all’autore che all’editor 🙂

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    1. Ah, ecco! Avendo una conoscenza ormai “antica” di Flash Gordon mi veniva il dubbio di essermi dimenticato qualcosa. 🙂

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  2. Lo sto leggendo in questi giorni. D’accordo con Massimo sullo sviluppo dei personaggi. L’idea e trama originali. Scritto abbastanza bene con alcune riserve. Tra i punti deboli: sembra un po’ il commissario Montalbano che indaga nel futuro (e qui non sono d’accordo con Massimo: avrei preferito un po’ più di ciccia nell’approfondimento delle tematiche socio-culturali, sarebbe bastato anche solo un accenno). Inoltre ci sono alcuni passaggi (abbastanza disorientanti) nei quali il personaggio di Watson sembra non seguire coerentemente le proprie impressioni o suggestioni oppure ha delle reazioni che andrebbero approfondite o giustificate nei passaggi successivi… (probabilmente sono state tagliate, credo questa mia supposizione nasce avendo letto nell’intervista che il romanzo avrebbe dovuto essere + lungo), inoltre i personaggi tendono a rispondere molte volte in maniera simile: ” per rispondere alla sua prima domanda […] per rispondere alla sua seconda domanda […]”, cosa che non mi ha lievemente indisposto. I punti a favore: è un romanzo gradevole da leggere e intrigante, la trama è ben giocata, le idee non sono campate per aria ma sono supportate da basi scientifiche che l’autore padroneggia bene. Sfortunatamente per me, nella SF, dovendo scegliere, preferisco meno “science” e più letteratura: i più grandi autori di SF sono attuali ancora oggi perché vanno oltre, dando alla luce libri che esplorano orizzonti più ampi.

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  3. Finito di leggere. Il romanzo decolla in maniera molto coinvolgente verso la metà. Il protagonista è ben studiato ed equilibrato (non è il solito genio a 360° per intenderci) e ci si affeziona. Simpatica la combriccola degli Hackers e i due professoroni. Ci si affeziona anche a loro. In generale, anche se non sono un amante del genere fantascienza poliziesca, mi trovo ad ammettere di essere stato piacevolmente intrattenuto dall’autore (e ad altresì ammettere pure che mi piacerebbe leggere delle successive avventure del signor Watson…). Si poteva dare di più ma in definitiva è un romanzo molto buono.

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