Uno studio del cranio di Chilecebus carrascoensis offre indizi sull’evoluzione del cervello dei primati

Il fossile di Chilecebus carrascoensis (Foto cortesia N. Wong and M. Ellison/© AMNH)
Il fossile di Chilecebus carrascoensis (Foto cortesia N. Wong and M. Ellison/© AMNH)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Science Advances” riporta uno studio del cranio fossile conosciuto di Chilecebus carrascoensis, una scimmia estinta che visse circa 20 milioni di anni fa, nel periodo Miocene, nell’odierno Cile. Un team di ricercatori lo ha sottoposto a una TAC ad alta risoluzione per ottenere una ricostruzione digitale tridimensionale che ha permesso di studiarne la struttura interna e quindi quella del cervello. Le nuove informazioni su questo parente primitivo di scimmie e ominidi che si sono evoluti successivamente suggeriscono che l’evoluzione del cervello di questi primati sia stata non-lineare e che esso si sia ingrandito più volte in modo indipendente.

Il cranio che ha portato all’identificazione della specie Chilecebus carrascoensis nel 1995 è stato scoperto nelle Ande del Cile. Questa scimmia era davvero piccola con un peso stimato in meno di 600 grammi ma quest’umile animale potrebbe essere molto importante per capire l’evoluzione del cervello delle scimmie e degli esseri umani. Il problema è tipico nel campo della paleontologia: i crani fossili ben preservati di antichi parenti degli umani sono scarsi perciò è difficile ricostruire soprattutto le prime fasi dell’evoluzione del loro cervello.

Il fossile di Chilecebus carrascoensis è molto ben preservato e ciò ha permesso di compiere un’indagine accurata creandone una riproduzione tridimensionale dopo averlo sottoposto a una TAC ad alta risoluzione in una collaborazione tra Museo Americano di Storia Natuarale, Accademia Cinese delle Scienze e Università della California a Santa Barbara. Tecnologie moderne possono essere fondamentali in queste ricerche, ad esempio per studiare le caratteristiche del cervello di questa scimmia estinta. In questo caso il risultato ha riservato alcune sorprese.

Nei primati moderni c’è una correlazione negativa tra i centri visivi e olfattivi del cervello perciò i primati con una vista acuta hanno in genere un olfatto scarso e viceversa. Il Chilecebus carrascoensis aveva un piccolo centro olfattivo ma esso non era compensato da un sistema visivo sviluppato. Ciò suggerisce che nel corso dell’evoluzione dei primati questi due centri non fossero strettamente connessi come si pensava.

Altre scoperte interessanti riguardano le caratteristiche legate al nervo ottico, le quali suggeriscono che il Chilecebus carrascoensis fosse una scimmia diurna. Il cervello mostra la presenza di almeno sette paia di solchi in uno schema decisamente più semplice rispetto a quello degli esseri umani e delle scimmie moderne ma sorprendentemente complesso per un primate che visse 20 milioni di anni fa.

I ricercatori hanno stimato il quoziente di encefalizzazione (QE) del Chilecebus carrascoensis in 0.79. Questa misura offre una stima delle dimensioni del cervello di una specie rispetto a quelle del corpo ed è elevata nei primati. Le scimmie odierne hanno un QE tra 0.86 e 3.39 ma il valore è molto più elevato negli ominini con un picco di 13.64 negli umani moderni.

L’analisi delle caratteristiche del cervello del Chilecebus carrascoensis fornisce nuovi punti di riferimento per lo studio dell’encefalizzazione nei primati. C’era l’idea che la crescita delle dimensioni del cervello fosse stata lineare ma questa e altre ricerche recenti mostrano che nelle varie famiglie di primati quella crescita è stata indipendente e in alcuni casi c’è stata una decrescita.

Questa ricerca contiene solo un accenno alle caratteristiche genetiche legate al sistema nervoso in relazione ai cambiamenti avvenuti nei vari primati. I dati disponibili suggeriscono che negli umani vi siano state pressioni evolutive diverse rispetto alle scimmie. La comprensione delle mutazioni e della selezione naturale che hanno portato gli ominini a una crescita del cervello superiore agli altri primati passa anche per lo studio di una scimmietta che visse 20 milioni di anni fa.

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