I figli del tempo di Adrian Tchaikovsky

I figli del tempo di Adrian Tchaikovsky (edizione britannica)
I figli del tempo di Adrian Tchaikovsky (edizione britannica)

Il romanzo “I figli del tempo” (“Children of Time”) di Adrian Tchaikovsky è stato pubblicato per la prima volta nel 2015. Ha vinto il premio Arthur C. Clarke. In Italia è stato pubblicato da Fanucci nella traduzione di Annarita Guarnieri.

L’astronave Gilgamesh trasporta un gruppo di esseri umani in fuga dalla Terra morente, forse gli ultimi superstiti dell’umanità. Nel loro lungo viaggio tra le stelle alla ricerca di una nuova casa, fanno rotta verso un pianeta che secondo le loro informazioni è stato terraformato ma quando vi si avvicinano vengono avvisati che non sono i benvenuti e di non fermarsi se non vogliono affrontarne le conseguenze.

Un esperimento scientifico aveva lo scopo di modificare il DNA di un gruppo di scimmie per aumentarne l’intelligenza ma i piani vengono sconvolti e il nanovirus liberato sul pianeta finisce per modificare il DNA di varie specie di artropodi. Nel corso di secoli, una specie di ragni emerge come la più intelligente e comincia a sviluppare una civiltà influenzando allo stesso tempo il proprio ambiente circostante.

Per scrivere “I figli del tempo”, Adrian Tchaikovsky ha preso una serie di temi già esplorati da altri scrittori, tanto che il nome dell’astronave Brin 2 sembra un omaggio esplicito a David Brin, che ha scritto un’intera serie sull’elevazione dell’intelligenza di specie pre-senzienti. Inizialmente, soprattutto la sottotrama ambientata sull’arca che trasporta i superstiti dell’umanità mi ha dato sensazioni di già visto ma la bravura dell’autore sta nel riuscire a sviluppare i vari temi in un modo intrigante che nel corso del romanzo mostra elementi originali.

L’ambientazione postapocalittica è usata da Adrian Tchaikovsky per raccontare in parallelo la storia di un gruppo di superstiti dell’umanità e delle conseguenze di un esperimento scientifico che si sviluppa in un modo molto diverso da quanto era stato programmato quando la dottoressa Avrana Kern, la scienziata che doveva supervisionarlo, non può più avere alcun ruolo attivo. L’autore una inserito vari accenni a una terribile guerra mondiale che ha portato l’umanità sull’orlo dell’estinzione ma sono frammentari, utili a dare un’idea di quegli eventi e a chiarire che era il risultato della stupidità umana ma nulla più perché gli interessava raccontare cosa succede dopo quella catastrofe.

La scelta più intrigante è quella di avere come protagonisti ragni discendenti dalla specie Portia labiata la cui evoluzione è stata accelerata da un nanovirus che ne ha aumentato l’intelligenza al punto da renderli senzienti. La storia raccontata ne “I figli del tempo” attraversa molte generazioni in cui questi ragni sviluppano una società sempre più complessa in un percorso completamente diverso da quello degli esseri umani.

In quella che per me è la parte più interessante del romanzo, Adrian Tchaikovsky parte dalle
differenze originali, sia fisiche che ambientali, tra i ragni e gli esseri umani e aggiunge quelle sviluppate nel corso della crescita della loro civiltà come la domesticazione delle formiche. Tutto ciò porta questi ragni a creare una civiltà con caratteristiche uniche attraverso una serie di passaggi con cambiamenti sia a livello sociale che tecnologico.

C’è un senso dei millenni che passano con nuove generazioni di personaggi. Nel caso degli esseri umani, alcuni membri dell’equipaggio originale usano la stasi criogenica con periodici risvegli in caso di necessità: sono gli unici presenti nel corso di tutto il romanzo e a ogni risveglio c’è la loro confusione nel vedere facce sconosciute e scoprendo situazioni a volte impreviste. Per questo motivo, solo pochissimi di essi hanno un vero sviluppo e Adrian Tchaikovsky si concentra sui tratti fondamentali della personalità di quelli importanti e sulle motivazioni che guidano le loro azioni.

Le storie parallele degli esseri umani sulla Gilgamesh e dei ragni sul pianeta permettono ad Adrian Tchaikovsky di sviluppare parecchi temi, non tutti al meglio. In particolare il tema del trasferimento della mente in un computer viene visto in modo negativo ma l’impressione è che i fallimenti siano stati descritti in modo abbastanza superficiale per avere reazioni emotive. È l’elemento del romanzo che mi ha lasciato i maggiori dubbi, seguito da una visione negativa dell’umanità.

Nonostante questi dubbi, “I figli del tempo” mi è parso complessivamente un romanzo di buonissima qualità che offre tanti spunti di riflessione interessanti anche quando non si è d’accordo con le idee esposte da Adrian Tchaikovsky. Se non siete proprio aracnofobi ve ne consiglio la lettura.

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