Il mistero dei ragni marini giganti trovati nelle acque polari

Ragno marino della specie Sericosura verenae (Foto Verena Tunnicliffe / NOAA)
Ragno marino della specie Sericosura verenae (Foto Verena Tunnicliffe / NOAA)

La scoperta di ragni marini particolarmente grandi, con una lunghezza fino a 25 centimetri, nei mari polari sia artici che antartici sta suscitando perplessità nel mondo scientifico per la difficoltà nel trovare una spiegazione alle dimensioni di questi animali. Essi in realtà si chiamano Picnogonidi, ma sono conosciuti anche come Podosomi o Pantopodi, e sono artropodi appartenenti alla classe Pycnogonida, il che significa che non sono davvero ragni.

La classificazione precisa dei Picnogonidi è ancor oggi oggetto di discussione e il fatto che siano stati trovati pochi fossili associabili a essi rende ancor più difficile capire le esatte parentele all’interno del phylum degli artropodi. Generalmente i Picnogonidi sono considerati una classe all’interno del subphylum Chelicerata ma secondo vari scienziati hanno caratteristiche anatomiche e fisiologiche che li rende diversi dagli altri artropodi per cui dovrebbero costituire un subphylum separato.

Nel migliore dei casi, i Picnogonidi fanno parte dello stesso subphylum degli aracnidi ma tutti gli studiosi sono concordi nel ritenerli un gruppo separato di animali marini. Di conseguenza, l’espressione ragni marini è errata ma effettivamente questi artropodi assomigliano per molti versi a certi ragni, soprattutto perché generalmente hanno 8 zampe. Alcune specie però possono avere 10 o perfino 12 zampe.

Le circa 1.300 specie di Picnogonidi conosciute hanno dimensioni molto variabili. La stranezza è dovuta alla scoperta di esemplari di grandi dimensioni appartenenti a specie conosciute per dimensioni molto inferiori. Questa scoperta è avvenuta in mari polari, sia nell’area vicina all’Artide che in quella vicina all’Antartide. Non è un fenomeno nuovo, tanto che già nel 1999 un articolo sulla rivista “Nature” descriveva quello che veniva chiamato “gigantismo polare”, anche se in crostacei.

Un’ipotesi per spiegare il fenomeno del gigantismo polare, che riguarda anche altri tipi di animali marini, è che sia dovuto alla concentrazione di ossigeno presente nelle fredde acque polari. Essa è maggiore che nelle acque calde di altre aree marine e vicino alle coste antartiche è particolarmente elevata.

Gli animali che vivono a quelle temperature hanno un metabolismo più basso e questo, assieme alla maggiore presenza di ossigeno, potrebbe permettere loro di crescere più degli organismi che vivono in acque calde. Un metabolismo basso determina un minore consumo di ossigeno perciò gli organismi che vivono in quei mari freddi possono sfruttare quello disponibile in maniera ottimale.

Alcuni esperimenti sono stati fatti sui ragni marini trovati mettendoli in diverse condizioni di temperatura e di contenuto di ossigeno. Il risultato è che il loro metabolismo è stato influenzato negativamente da quantità inferiori di ossigeno. Ciò supporta la teoria del legame tra ossigeno e gigantismo polare ma si tratta ancora di verifiche limitate.

Ulteriori test, sia genetici che metabolici, sono necessari per capire meglio il fenomeno del gigantismo polare nei ragni marini ma anche in altri organismi. Può sembrare solo una curiosità scientifica e creature come i ragni marini possono provocare repulsione ma pensando ai cambiamenti climatici in atto questo tipo di ricerche possono farci capire quali conseguenze ci potrebbero essere per gli organismi che vivono negli oceani.

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