Un cranio quasi completo di Australopithecus anamensis offre nuovi indizi sull’evoluzione degli ominini


Due articoli pubblicati sulla rivista “Nature” riportano diversi aspetti di una ricerca su un cranio fossile di Australopithecus anamensis, la specie più antica del suo genere e considerata l’antenata dell’Australopithecus afarensis, la specie a cui appartiene l’individuo soprannominato Lucy. Yohannes Haile-Selassie, Stephanie Melillo e diversi colleghi nei due team hanno studiato un cranio fossile quasi completo, che lo rende di gran lunga quello meglio conservato tra quelli attribuiti a quella specie. Esso offre nuove informazioni sulla storia degli australopitechi e quindi dell’evoluzione degli ominini che ha portato a quella degli esseri umani.

Il cranio catalogato come MRD-VP-1/1 nella foto in alto (cortesia Dale Omori, Museo di Storia Naturale di Cleveland. Tutti i diritti riservati) e soprannominato semplicemente MRD è stato scoperto nel febbraio 2016, nella regione degli Afar in Etiopia all’interno di un progetto di ricerca che ha portato a partire dal 2004 a raccogliere oltre 12.600 fossili di molte specie diverse tra cui 230 fossili di ominini con un’età tra 3,8 e 3,0 milioni di anni. Yohannes Haile-Selassie del Museo di Storia Naturale di Cleveland, negli USA, ha dichiarato che la scoperta dei vari pezzi del cranio, che alla fine è quasi completo, è stato per lui un “momento eureka” perché molti fossili di ominini sono frammentari, in particolare quelli di australopitechi così antichi.

L’esame del cranio MRD ha convinto i ricercatori che appartenga a un maschio adulto di Australopithecus anamensis, la più antica specie di australopiteco conosciuta. Si tratta della prima specie con alcune caratteristiche che possono essere considerate umane ed è conosciuta attraverso un centinaio di frammenti fossili scoperti a partire dal 1965 appartenenti a circa 20 individui.

Un cranio quasi completo offre molte più informazioni sui dettagli anatomici e in generale sull’aspetto di un individuo di quella specie, a cominciare dal mix di caratteristiche umane con altre più primitive che possono essere trovare in specie ancor più antiche come quelle appartenenti ai generi Ardipithecus e Sahelanthropus.

Uno dei problemi nella ricostruzione dell’evoluzione degli esseri umani è un buco tra alcune specie risalenti a circa 6 milioni di anni fa e gli australopitechi che vissero tra 2 e 3 milioni di anni fa. Il cranio MRD risale a circa 3,8 milioni di anni fa e le sue caratteristiche costituiscono un ponte tra quelle due ere. Un’ulteriore possibilità offerta da un cranio quasi completo è quella di effettuare una ricostruzione facciale mostrata nell’immagine in basso (cortesia Matt Crow, Museo di Storia Naturale di Cleveland. Tutti i diritti riservati).

Una conclusione interessante di questa ricerca è che Australopithecus anamensis e Australopithecus afarensis vissero assieme per circa 100.000 anni. Finora l’idea era che vi fosse stata un’evoluzione lineare ma l’età di RMD è stimata in 3,8 milioni di anni mentre un fossile attribuito a un Australopithecus afarensis, anch’esso scoperto in Etiopia, ha un’atà stimata in 3,9 milioni di anni. Stephanie Melillo ha spiegato che ciò porta a nuove domande sull’evoluzione di questi australopitechi e sulla possibilità che competessero per le risorse.

Ulteriori ricerche nella stessa area dell’Etiopia potranno offrire altre informazioni sull’ambiente in cui vissero quegli australopitechi per capire come vivevano e la possibile influenza di cambiamenti climatici sulla loro evoluzione. Si tratta di un’era in cui avvennero cambiamenti fondamentali che nel lungo periodo portarono all’emergere del genere Homo.

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