Tracce chimiche di spugne di 630 milioni di anni fa costituiscono le più antiche prove di vita animale

Rhabdastrella globostellata (Foto cortesia Paco Cárdenas)
Rhabdastrella globostellata (Foto cortesia Paco Cárdenas)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Ecology & Evolution” descrive la scoperta di prove dell’esistenza di spugne circa 630 milioni di anni fa, nell’era Neoproterozoica. Un team di ricercatori dell’Università della California a Riverside (UCR) ha trovato un biomarcatore in un fossile risalente a quell’era chiamato 26-metilstigmastano o semplicemente 26-mes che viene prodotto solo dalle spugne. In generale, si tratta della più antica prova di vita animale e quindi multicellulare.

La ricerca di biomarcatori fossili rappresenta una delle frontiere della paleontologia. Organismi che vissero nel periodo Ediacarano o addirittura prima lasciano pochissime tracce fossili e ciò costituisce un serio problema nel ricostruire l’evoluzione degli organismi multicellulari e della loro diversificazione nei grandi gruppi che esistono ancor oggi. Ad esempio, ci sono alcune ricerche che sostengono che le spugne sono stati i primi animali a emergere ma non ci sono ancora certezze.

Negli ultimi anni tecnologie moderne in grado di compiere sofisticatissime analisi chimiche di sedimenti di oltre 600 milioni di anni fa possono fornire risultati molto utili. Ciò perché alcune molecole complesse decadono ma i prodotti di quel processo possono essere molto stabili, tanto da essere ancora rilevabili dopo tempi così lunghi.

In una ricerca pubblicata sulla rivista “Nature” nel febbraio 2009, il professor Gordon Love di UCR aveva già usato un biomarcatore, una molecola chiamata 24-isopropilcolestano o 24-ipc per semplicità, una versione modificata del colesterolo. Le ricerche sono progredite e ancora nel febbraio 2016 un articolo pubblicato sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences” ne descriveva una basata sul 24-ipc.

Quel biomarcatore non viene prodotto solo dalle spugne perciò i risultati di ricerche basate su di esso sono controverse. Per questo motivo il team che ha condotto la ricerca pubblicata nel 2016 ha provato a ricostruire l’evoluzione di un gene che produce steroli come 24-ipc concludendo che quello rilevato in sedimenti fossili di 640 milioni di anni fa era stato prodotto proprio da spugne.

Per cercare altre prove, il professor Gordon Love ha condotto una nuova ricerca su sedimenti fossili scoperti in Oman con un’età attorno ai 630 milioni di anni. Stavolta il suo team ha cercato un altro biomarcatore chiamato 26-metilstigmastano o semplicemente 26-mes, che viene prodotto solo da spugne della classe demospongiae, assieme al 24-ipc. Entrambi i biomarcatori sono stati rilevati nei sedimenti fossili esaminati e ciò ha offerto ai ricercatori maggior certezza nelle loro conclusioni che si trattasse davvero di spugne.

Le spugne moderne generalmente producono una sola delle due sostanze, ad esempio la Rhabdastrella globostellata produce 26-mes, perciò scoprire tracce di entrambe negli stessi sedimenti rappresenta un ulteriore motivo di interesse e rende meno probabile che si tratti di un qualche ramo isolato o estinto di spugne. Secondo il professor Gordon Love ciò significa che la capacità di produrre quegli steroidi così anticonvenzionali probabilmente emerse molto presto nel loro albero filogenetico, addirittura nel periodo Cryogeniano (720-635 milioni di anni fa) e ora è presente in una vasta gamma di specie di spugne.

La pubblicazione di questa ricerca segue di poche settimane un articolo pubblicato sulla rivista “Science” che descrive un’analisi di fossili appartenente al genere Dickinsonia, forse il più iconico della cosiddetta fauna di Ediacara, basata su biomarcatori. Questo tipo di analisi richiede apparecchiature molto sofisticate ma i risultati sono davvero interessanti.

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