Fino a due anni di buio dopo l’impatto dell’asteroide che uccise i dinosauri

Mappatura del cratere Chicxulub (Immagine NASA/JPL-Caltech)
Mappatura del cratere Chicxulub (Immagine NASA/JPL-Caltech)

Un articolo pubblicato sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences” descrive una simulazione degli eventi che portarono all’estinzione di massa della fine del periodo Creataceo, quella che portò anche all’estinzione dei dinosauri. Un team di ricercatori del Centro nazionale per gli studi atmosferici degli USA (National Center for Atmospheric Research, NCAR), dell’Università del Colorado a Boulder e della NASA ha utilizzato un modello informatico per cercare di capire quali fossero le condizioni climatiche che seguirono l’impatto di un asteroide.

Circa 66 milioni di anni fa, l’impatto di un asteroide con un diametro stimato in oltre 10 chilometri al largo dell’odierna penisola dello Yucatan diede inizio a una serie di eventi catastrofici che sconvolsero tutto il mondo. Alla diretta distruzione causata nell’area vicina all’impatto seguirono tsunami e l’immissione di quantità enormi di fuliggine nell’atmosfera che oscurarono il cielo.

Secondo alcune ricerche, come ad esempio quella pubblicata nell’ottobre del 2015 sulla rivista “Science”, l’impatto dell’asteroide potrebbe aver scosso l’intero pianeta abbastanza da innescare una forte attività vulcanica in India, nei trappi del Deccan. Secondo gli autori, polveri e fumi tossici immessi per millenni dalle eruzioni vulcaniche resero la catastrofe ancor più grave.

Un team guidato da Charles Bardeen dell’NCAR ha utilizzato il software Community Earth System Model (CESM), scritto proprio per modellare in dettaglio processi climatici globali, per simulare le conseguenze della presenza di fuliggine ma anche di vapore acqueo immesse nell’atmosfera direttamente o indirettamente. Una parte di quei materiali proveniva dall’area dell’impatto, quindi dall’asteroide stesso e dall’area colpita, il cratere chiamato Chicxulub. Un’altra parte venne generata nel corso degli incendi che seguirono l’impatto a livello globale.

La quantità di fuliggine immessa nell’atmosfera è stata stimata in una quantità tra 15 e 35 miliardi di tonnellate. Si trattava di piccole particelle chiamate sferule formate dalla condensazione delle rocce vaporizzate nell’impatto dell’asteroide e proiettate a elevate altitudini nell’atmosfera terrestre raggiungendo tutto il mondo. Ricadendo sulla superficie, le sferule vennero scaldate dall’attrito abbastanza da innescare incendi a livello globale.

Quest’evento catastrofico sicuramente colpì duramente gli organismi che vivevano sulla terraferma ed è possibile che molte specie vennero rapidamente portate all’estinzione ma le specie che scavavano tane nel sottosuolo e ancor di più le specie marine o almeno anfibie potevano sfuggire a quella devastazione. Tuttavia, il team guidato da Charles Bardeen ha esaminato anche le conseguenze a lungo termine della presenza di fuliggine nell’atmosfera.

Secondo la simulazione, la fuliggine nell’atmosfera provocò un’ulteriore catastrofe danneggiando lo strato di ozono, influenzando il clima e oscurando il cielo fermando il processo di fotosintesi. Bloccare la luce solare significò far calare la temperatura al suolo, fino a 28° Celsius in meno sulla terraferma e fino a 11° Celsius in meno nei mari. La lunghezza di quel periodo di buio e freddo è legata alla quantità di fuliggine nell’atmosfera e potrebbe essere arrivata a due anni.

Il modello utilizzato è stato creato per predire l’evoluzione del clima odierno perciò la sua applicazione a un evento catastrofico del passato può aver fornito risultati imprecisi. Tuttavia, i risultati sembrano coerenti con quelli di altre ricerche sulle conseguenze dell’impatto di quell’asteroide. Secondo Charles Bardeen quel modello potrebbe anche dare un’idea delle conseguenze di una guerra atomica, sperando che rimanga solo una simulazione.

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